Problemi nel science writing
Qualche giorno fa ha fatto scalpore la storia del successo mediatico del paper sull’infondato legame tra OGM e tumori, ben raccontata da Marco Cattaneo sul suo blog. Non molto tempo prima uno studio di Plos, riportato da Oggiscienza, mostrava che gli abstract scientifici delle riviste accademiche tendono spesso a esagerare la portata dei risultati delle ricerche, con conseguenze facili da immaginare sul sensazionalismo dei comunicati stampa e degli articoli giornalistici che ne derivano. Questi i primi due indizi.
Mi sono messo a cercare meglio e ho scoperto che il KSJTracker, un paio di giorni fa, ha dedicato un post a un’altra ricerca da poco pubblicata su Plos One dal titolo molto chiaro: “Why Most Biomedical Findings Echoed by Newspapers Turn Out to be False: The Case of Attention Deficit Hyperactivity Disorder“. Da lì sono arrivato, tramite una lettura critica sul ciclo della notizia scientifica, a un articolo che conferma la mia sensazione di questi giorni.
Seth Mnookin, autore del libro The Panic Virus, a metà settembre aveva già messo in fila, molto meglio di me, una serie di casi negativi di giornalismo scientifico americano degli ultimi tempi: una successione di episodi critici che fa impressione.
Mnookin riassume più o meno così quello che è successo in poche settimane: science writer importanti e famosi si sono rivelati degli imbroglioni; testate che dovrebbero essere esempi di alta qualità giornalistica permettono la diffusione di confuse speculazioni pseudoscientifiche; i ricercatori e gli uffici comunicazione degli enti gonfiano i risultati di ricerca per ottenere una copertura mediatica sensazionalistica; la gran parte delle conclusioni delle ricerche raccontate dai giornalisti scientifici si rivelano successivamente infondate. Se volete capire più a fondo le argomentazioni del condirettore del MIT’s Graduate Program in Science Writing vi consiglio la lettura completa del suo post. Vale la pena.
Nonostante tutto Mnookin alla fine è ottimista e vede il bicchiere mezzo pieno nelle possibilità offerte dalla rete. Sono d’accordo soprattutto rispetto al fatto che Internet sta scompaginando le regole e le consuetudini del giornalismo scientifico tradizionale. Va comunque fatta una riflessione. Cosa sta succedendo al giornalismo scientifico? I casi descritti sono eventi isolati oppure ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo, a una mutazione nelle pratiche, nelle epistemologie, nei processi del science writing, tutta da scoprire e da analizzare, e di cui gli esempi critici, nonostante tutto, sono una manifestazione? Io credo più in questa possibilità rispetto a quella di relegare le cattive pratiche elencate da Mnookin nel cestino delle “mele marce”.
Un’ipotesi utile su cui lavorare secondo me è quella di verificare se molte delle vicende descritte non si possano spiegare, almeno parzialmente, con la difficoltà del giornalismo scientifico di adattarsi alle caratteristiche dell’ecosistema mediatico digitale.
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